Le donne con un figlio si dividono in due categorie. Nella prima rientrano quelle della pubblicità del Napisan. Sono la maggioranza. Eternamente sorridenti. Serafiche. Filo di perle al collo. Coda di cavallo e gonna al ginocchio da suora laica. Si aggirano in una casa con muri bianchi, pavimento in mattonella bianca, mobili bianchi, divano bianco, nessun oggetto in circolazione, nessun nano in giro. Molto in stile 'deserto dei Tartari'. Si girano verso la telecamera e con una calma granitica ti spiegano: "io metto Napisan nel bucato del mio bambino, così ammazzo tutti i germi". Mostrano una tutina bianco latte con una macchiettina visibile solo con microscopio da laboratorio, nella quale secondo loro si anniderebbero germi pericolosissimi, da combattere con le unghie e coi denti per la sopravvivenza del loro piccolo 'angelo'. Aggressività contro i batteri, mille. Fiducia nel sistema immunitario del pargolo, zero.
Questa categoria di donne nella vita reale ti direbbe: "cara vedrai, quando nascerà il tuo 'angelo' la tua vita improvvisamente acquisterà un senso. Devi prenderti cura di lui ed eliminare ogni fonte di pericolo. Guarda me. Lavo tutto con Amuchina e i capi delicati con Napisan (aridaje), i pannolini me li faccio lavabili, li cucio io a mano di notte, dieci di ogni misura, così poi li lavo in lavatrice e uccido fino all'ultimo germo, e salvo anche l'ambiente".
Poi c'è l'altra categoria di donne: io.
In casa mia sono rimasti bianchi solo un paio di muri, gli altri sono stati tutti battezzati dalle ruote della carrozzina.
Mio figlio Vittorio non ha tutine bianco latte, o meglio ne aveva ma non ne ha più. Perché mio figlio Vittorio fa cacche color arancione fluorescente quattro volte al giorno, indelebili pure con la candeggina (figuriamoci col Napisan), sfuggenti pure al Pampers studiato apposta per le cacche sfuggenti. I pannolini sono bombe a mano di 8kg l'una, da maneggiare con cura, da buttare coi rifiuti speciali. Lavo le tutine a mano fino allo scorticamento, ci metto sei ore a tutina e il risultato è penoso. Motivo per il quale può indossare solo tutine che mimetizzino il fluorescente.
Le donne della mia categoria, specie se allattano al seno, hanno estrema fiducia nel sistema immunitario dei figli. Anche perché altrimenti i germi delle cacche fluorescenti li avrebbero già eliminati da tempo.
Sono donne fataliste, che mangiano tutto, che l'Amuchina la odiano, che mordono le mele con rabbia, con tutta la buccia, lavate male quasi apposta per fare un dispetto alle donne Napisan.
Quando fanno la lavatrice la fanno in tutozza, sudaticce, e dei microbi se ne fregano perché - come dice il saggio - "fanno anticorpi". Il loro unico vero chiodo fisso è: "ma poi perché arancione fluorescente? Che mi so' mangiata ieri?"
Poi voglio affrontare questo concetto di "angelo" una volta per tutte. Ci sono pittori grandiosi che gli angeli ce li hanno raccontati per secoli. L'iconografia dell'angelo parla chiaro. Ha le ali, sorride, ha i boccoli. I lineamenti sono dolci e regolari. Ma soprattutto, è muto. L'angelo è muto, non può che essere rigorosamente, definitivamente, eternamente MUTO.
E invece Vittorio non è muto. Vittorio ha 3 mesi e mezzo e modula la voce. Per un mese è andata di lusso perché sperimentava gli "oh". Adesso però sta sintonizzando gli "ih". Acuti, tanto acuti. Che va bene di giorno quando connetti, ma a notte fonda è uno shock. Di solito alle ore cinque del mattino, dopo la poppata, molla una delle sue scariche radioattive. Tu lo cambi con un occhio chiuso e l'altro aperto e lui ti prende proprio alla sprovvista, quando sei più vulnerabile, quando lo tieni vicino vicino sulla spalla per fargli fare il "ruttino". Lui fa il suo boato fantozziano e poi "modula", ti spacca un timpano. E poi ride soddisfatto, l''angelo'.
E poi per favore, un po' di onestà e di autocritica. 'Bello' e 'buffo' sono concetti diversi. Impariamo a distinguerli.
Vittorio ha una pappagorgia importante, le punte delle orecchie sono un po' all'infuori e lui non contento le stritola con le mani per peggiorare una situazione già abbastanza compromessa dalla natura. Certe volte quando lo tiro fuori dal bagnetto e gli copro la testa tremolante con l'asciugamano mi aspetto che da un momento all'altro sussurri ...te-le-fo-no ...ca-sa...
E se non mi muovo a vestirlo piange, ma non un pianto normale. Diventa blu e la boccuccia di rosa diventa un forno.
È nato pieno di capelli neri che piano piano sta perdendo, con un conseguente effetto ad ascella non proprio rassicurante che lo rende un ibrido tra Lino Banfi e Bruno Vespa.
Però se lo chiamo NANO, MOSTRO, POLPETTA, RAGNO, RAZZO, PUZZOLA, SORCIO, PULCE, il popolo delle donne Napisan tira fuori le antenne e mi punta il dito contro. Un figlio va pubblicizzato, bisogna dire che è bello, che la notte dorme 12 ore, che non piange mai, che la 'popò' è santa (uccidetemi vi prego quando mi sentirete pronunciare la parola 'popò'), che cambiarlo è una gioia. Mi sembra di sentirle. "Tu / madre snaturata / ogni scarrafone è bell' a mamma soia."
Sarà bello per voi. Per me e per quelle come me... sempre scarrafone resta.
lunedì 3 dicembre 2012
Angeli e scarrafoni
Etichette:
angeli,
cacca,
casa,
diario,
donne,
ET,
lifestyle,
maternità,
neonato 3 mesi,
normalità,
ogni scarrafone,
pensieri,
Vittorio
mercoledì 28 novembre 2012
Il ponte tibetano
Legge di Murphy per neomamme: se tuo figlio deve fare il vaccino, pioverà.
Non una pioggerella leggera. Non due nodi di vento. Una bufera epocale che si abbatterà su di te e sul tuo quartiere in quattro momenti esatti: l'uscita da casa; il tragitto dalla macchina al centro vaccinazioni; i due percorsi inversi.
Il tuo passeggino dovrà superare torrenti d'acqua, sampietrini lisci come saponette, pozzanghere fangose. Dovrai inoltre munirlo di copertura in plastica antipioggia. E poi portare: l'ombrello che non si sa mai, la copertina dovesse far freddo, il cappello perché - si sa - il vento è il nemico dei bimbi, la documentazione pediatrica per carità, i giochini e i sonagli perché in sala d'attesa come lo distrai, pannolino di ricambio e salviette umidificate che fanno solo in pacchi da 6 kg.
Il ponte tibetano della maternità.
E quando finalmente varchi la soglia di casa e sogni solo un bagno caldo e due massaggiatori ad aspettarti, il nano, che non ha emesso vagito nemmeno al momento della puntura, giustamente si ricorda che invece ora gli fa male, che vuole essere coccolato, che ha DIRITTO di piangere, che essere nervosetto è quasi un obbligo altrimenti che neonato è.
E così una nuova esaltante giornata se ne va "in vacca", e non ti resta che consolarti con un barattolo di nutella. Intero. Fino a vederne il fondo di vetro luccicare.
Non una pioggerella leggera. Non due nodi di vento. Una bufera epocale che si abbatterà su di te e sul tuo quartiere in quattro momenti esatti: l'uscita da casa; il tragitto dalla macchina al centro vaccinazioni; i due percorsi inversi.
Il tuo passeggino dovrà superare torrenti d'acqua, sampietrini lisci come saponette, pozzanghere fangose. Dovrai inoltre munirlo di copertura in plastica antipioggia. E poi portare: l'ombrello che non si sa mai, la copertina dovesse far freddo, il cappello perché - si sa - il vento è il nemico dei bimbi, la documentazione pediatrica per carità, i giochini e i sonagli perché in sala d'attesa come lo distrai, pannolino di ricambio e salviette umidificate che fanno solo in pacchi da 6 kg.
Il ponte tibetano della maternità.
E quando finalmente varchi la soglia di casa e sogni solo un bagno caldo e due massaggiatori ad aspettarti, il nano, che non ha emesso vagito nemmeno al momento della puntura, giustamente si ricorda che invece ora gli fa male, che vuole essere coccolato, che ha DIRITTO di piangere, che essere nervosetto è quasi un obbligo altrimenti che neonato è.
E così una nuova esaltante giornata se ne va "in vacca", e non ti resta che consolarti con un barattolo di nutella. Intero. Fino a vederne il fondo di vetro luccicare.
martedì 27 novembre 2012
Preferisco le montagne russe
Fare downshifting. Scalare la marcia. Decomprimere. Chiudere gli occhi e respirare profondo.
Con il nano che piange-ciuccia-ripiange-riciuccia in un meccanismo continuo che ti inghiottisce intere giornate, intere settimane, non è concesso. E ti ritrovi dopo tre mesi e mezzo a dirti "ma io in questo tempo lunghissimo che ho fatto?". Ti verrebbe da dire "niente". Perché non lavori, esci poco, le feste per ora non sai che sono, i locali pubblici te li sei dimenticati.
Eppure poi lo guardi. E quel "niente" sono 12 cm di uomo in più rispetto al giorno in cui è nato. Sono sorrisi grandi che si schiudono dal pianto quando lo sollevi. Sono mani che finalmente afferrano cose e ogni giorno sono più coordinate. Sono sguardi attenti e curiosi, che ti seguono quando ti allontani.
Soprattutto, quel "niente" è pensare a quello che c'è dopo. Crescerlo. Immaginarlo adulto.
Vittorio è la mia montagna russa, capace di farmi sentire completa e incasinata. Stanca morta e piena di forza. Una mamma speciale e una ragazzina che non capisce nulla. Niente vie di mezzo. Pericolosamente in alto, spaventosamente in basso.
E allora poi pensi che per il downshifting c'è tempo. C'è una vita intera. E per respirare ti accontenti di una breve passeggiata al parco quando non piove. Perché per ora preferisci le montagne russe, la meraviglia.
sabato 24 novembre 2012
Voglia d'autunno
Voglia di viali ricoperti di foglie rosse, di zucche dentro e fuori dal piatto, di caldarroste agli angoli delle strade. Di colazioni con torta di castagne e caffelatte.
Voglia di autunno, di vestirsi di autunno, di respirarlo nell'aria fredda. E la sensazione che stavolta durerà solo pochi giorni, per fare spazio a un inverno che ogni anno se ne divora un pezzetto.
Voglia di vestire il nano da ragionier Filini, riempirlo di baci, portarlo a spasso in quei viali alberati arancioni e gialli e porpora e coprirlo da questo sole tenue e rassicurante.
Voglia di autunno, di vestirsi di autunno, di respirarlo nell'aria fredda. E la sensazione che stavolta durerà solo pochi giorni, per fare spazio a un inverno che ogni anno se ne divora un pezzetto.
Voglia di vestire il nano da ragionier Filini, riempirlo di baci, portarlo a spasso in quei viali alberati arancioni e gialli e porpora e coprirlo da questo sole tenue e rassicurante.
venerdì 23 novembre 2012
Datemi una bambina, vi prego
Vi prego, prestatemi una bambina piccola. Dai due ai quattro anni. Mi bastano solo un paio di mesi. La vesto con tutto quello che vedo su Pinterest e poi ve la restituisco. Dai.
Voglio dire. Va bene Vittorio. Va bene che volevo un maschio. Ma sapete cosa significa entrare in un negozio di abbigliamento per bambini ed essere costretti a mettere a paragone la fantasia, l'originalità, la delicatezza, il romanticismo dei vestiti da bambina... con la banalità, la mosceria, la mancanza di stile di quelli da bimbo? Una frustrazione esagerata.
Per creare combinazioni che si allontanino diametralmente dai completini agghiaccianti della Chicco ci viene richiesto uno sforzo sovrumano. Oltretutto siamo costrette a svenarci, strizzarci le meningi, avvelenarci, escluse le rare occasioni in cui H&M e Zara ci salvano vita e portafogli.
Invece alle fortunatissime mamme di una figlia femmina basta un fiorellino in testa. Uno stupidissimo fiocco fatto in casa. Un abbinamento grunge. Una calza a trame fitte e una ballerina di vernice. Adoro.
E non ditemi "fai una bambina". No. Non ditelo. Che se poi esce di nuovo maschio che faccio? L'unico vantaggio sarebbe l'operazione riciclo: spogliare un altare per vestirne un altro.
Oggi cerco in giro qualcosa di decente per Vittorio, domani resoconto.
Foto Pinterest - Etsy
giovedì 22 novembre 2012
Pane, Roma e fantasia
Roma sa trasformare una giornata qualsiasi in poesia.
Un muro che cade a pezzi, due tappeti, un gatto. Qualche luce natalizia e una vecchia lanterna. A Roma basta poco per farti sentire parte di qualcosa di romantico e reale.
Una passeggiata fra le rovine del Ghetto, quel forno piccolo piccolo ma che profuma di frolla tutto il Portico d'Ottavia. Due passi verso piazza Campitelli, quella salita stretta e tortuosa nascosta dietro una porticina che in pochi notano. Farla scoprire a due amiche e riscoprirla tu stessa ogni volta.
Un passeggino con un nano che dorme sereno e ti fa respirare, guardare, assaporare. Ricordare per due ore che sei anche ragazza, oltre che mamma.
Quella vetrina con le prime ghirlande natalizie, i segnaposto coi pupazzi di neve, gli gnomi e le bacche rosse e tornare a 20 anni fa, quando facevi già il conto alla rovescia e buttavi giù una prima bozza della lista di regali da chiedere a mamma e papà. E pensare con un brivido che fra qualche anno quella lista arriverà a te. Ti fa venire voglia di vestire il nano da elfo, fargli mille foto e farti odiare quando da grande gliele mostrerai.
Piazza Farnese, un caffè e quattro chiacchiere e la gente e la vita che ti scorre intorno frenetica e colorata e quei sampietrini così belli e così sconnessi, un po' come me.
Una voglia infinita di rimanere ferma qui per sempre, ai miei trent'anni, alle amiche nuove che mi piace come ridono, a una Roma che ancora mi commuove e mi fa stare bene, mi abbraccia e mi rincuora.
Un muro che cade a pezzi, due tappeti, un gatto. Qualche luce natalizia e una vecchia lanterna. A Roma basta poco per farti sentire parte di qualcosa di romantico e reale.
Una passeggiata fra le rovine del Ghetto, quel forno piccolo piccolo ma che profuma di frolla tutto il Portico d'Ottavia. Due passi verso piazza Campitelli, quella salita stretta e tortuosa nascosta dietro una porticina che in pochi notano. Farla scoprire a due amiche e riscoprirla tu stessa ogni volta.
Un passeggino con un nano che dorme sereno e ti fa respirare, guardare, assaporare. Ricordare per due ore che sei anche ragazza, oltre che mamma.
Quella vetrina con le prime ghirlande natalizie, i segnaposto coi pupazzi di neve, gli gnomi e le bacche rosse e tornare a 20 anni fa, quando facevi già il conto alla rovescia e buttavi giù una prima bozza della lista di regali da chiedere a mamma e papà. E pensare con un brivido che fra qualche anno quella lista arriverà a te. Ti fa venire voglia di vestire il nano da elfo, fargli mille foto e farti odiare quando da grande gliele mostrerai.
Piazza Farnese, un caffè e quattro chiacchiere e la gente e la vita che ti scorre intorno frenetica e colorata e quei sampietrini così belli e così sconnessi, un po' come me.
Una voglia infinita di rimanere ferma qui per sempre, ai miei trent'anni, alle amiche nuove che mi piace come ridono, a una Roma che ancora mi commuove e mi fa stare bene, mi abbraccia e mi rincuora.
Etichette:
amicizia,
amore,
diario,
figli,
Ghetto ebraico,
inverno,
maternità,
Natale,
passeggiata,
piazza Campitelli,
Portico d'Ottavia,
Roma,
Vittorio
mercoledì 21 novembre 2012
Un Natale fai-da-te
Oggi mi è presa così. Col Natale.
Sarà che ormai sono diventata più previdente e lungimirante di mia madre. Sarà che ho ancora gli ormoni in subbuglio da allattamento. Sarà dunque che vedo romanticismo pure dove non c'è e mi commuovo davanti alle prime lucine colorate e alla neve finta (che peraltro in fondo in fondo continuo a odiare con tutta me stessa). Ho deciso che è ora di pensare in largo anticipo a Santa Claus e a tutto l'Amba Aradam, perché ridendo e scherzando (ma neanche troppo) tra poco più di 30 giorni siamo alle prese col panettone e quei 90 parenti cugino più cugino meno, che non ci ricordiamo nemmeno più come si chiamano ma che il 24 dicembre spuntano come funghi al tavolo della vigilia e ti levano i soliti 20 euro a tombola.
In clima di recessione spinta che si regala? Un bel pacchetto riciclato dall'anno prima? Inutile che dite di no. L'abbiamo fatto tutti. Non c'è niente di male a far scomparire nel nulla quel maglione verde di lana cotta urticante con sopra ricamato un alce con le foglie di pungitopo. O il seicentesimo paio di calzettoni con l'antisdrucciolo che la vostra prozia vi regala da quando siete nati, forse pensando in buona fede che ci andate anche a spasso e che vi si consumano in fretta e ve ne serve un paio l'anno.
Il riciclo intelligente va bene (basta ricordarsi di cambiare il biglietto di auguri), ma non bisogna esagerare. E soprattutto va bene solo per i conoscenti. Per gli amici io tifo per il regalo DIY, do it yourself, fai da te. E' un modo per dimostrare di averci messo impegno, ma anche per risparmiare qualcosina. Senza contare che si può modificare a proprio gusto e in base a chi lo riceverà.
Da qui a Natale, una volta a settimana ne scelgo due o tre fra quelli che in rete mi sembrano divertenti e facili da realizzare. Cominciamo così, col bianco e nero.
Tazze semplici di porcellana. Ne colorate metà con pittura di ardesia per porcellane. Divertenti.
Sarà che ormai sono diventata più previdente e lungimirante di mia madre. Sarà che ho ancora gli ormoni in subbuglio da allattamento. Sarà dunque che vedo romanticismo pure dove non c'è e mi commuovo davanti alle prime lucine colorate e alla neve finta (che peraltro in fondo in fondo continuo a odiare con tutta me stessa). Ho deciso che è ora di pensare in largo anticipo a Santa Claus e a tutto l'Amba Aradam, perché ridendo e scherzando (ma neanche troppo) tra poco più di 30 giorni siamo alle prese col panettone e quei 90 parenti cugino più cugino meno, che non ci ricordiamo nemmeno più come si chiamano ma che il 24 dicembre spuntano come funghi al tavolo della vigilia e ti levano i soliti 20 euro a tombola.
In clima di recessione spinta che si regala? Un bel pacchetto riciclato dall'anno prima? Inutile che dite di no. L'abbiamo fatto tutti. Non c'è niente di male a far scomparire nel nulla quel maglione verde di lana cotta urticante con sopra ricamato un alce con le foglie di pungitopo. O il seicentesimo paio di calzettoni con l'antisdrucciolo che la vostra prozia vi regala da quando siete nati, forse pensando in buona fede che ci andate anche a spasso e che vi si consumano in fretta e ve ne serve un paio l'anno.
Il riciclo intelligente va bene (basta ricordarsi di cambiare il biglietto di auguri), ma non bisogna esagerare. E soprattutto va bene solo per i conoscenti. Per gli amici io tifo per il regalo DIY, do it yourself, fai da te. E' un modo per dimostrare di averci messo impegno, ma anche per risparmiare qualcosina. Senza contare che si può modificare a proprio gusto e in base a chi lo riceverà.
Da qui a Natale, una volta a settimana ne scelgo due o tre fra quelli che in rete mi sembrano divertenti e facili da realizzare. Cominciamo così, col bianco e nero.
Prendete degli stupidissimi barattoli di vetro di diverse dimensioni e gli animaletti che si trovano dal giocattolaio (o qualsiasi altro oggetto in plastica di vostro gusto). Li incollate sul tappo e li pitturate con vernice opaca nera. Sono perfetti se dentro ci mettete dei dolcetti o dei cioccolatini bianchi. E' un regalo che a me piacerebbe ricevere.
Tazze semplici di porcellana. Ne colorate metà con pittura di ardesia per porcellane. Divertenti.
Il domino fatto coi sassi. Un po' retrò.
Iscriviti a:
Post (Atom)






























