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mercoledì 20 novembre 2013

Baby outfit, la nuova rubrica zuzzurellona


Donne (ma anche uomini, mammi e zuzzurelloni volendo), sono lieta di presentarvi la mia nuova rubrica dall'intuitivo titolo "oggi vado in giro così". Non io. Il nano.

In realtà già in passato mi è capitato un paio di volte di condividere gli outfit di Vittorio. Ma stavolta ci aggiungo un brevissimo videocazzeggio che renda l'idea.

Per questa prima puntata propongo un look novembrino chic in blu. Pullover "très cool", montgomery, camiciola stilosissima e mini duilio. Chi si innamora di qualcosa in particolare troverà in fondo le marche e laddove possibile i link a chi li vende. 

Chi schifa tutto me lo dica in serenità. Io leggerò con interesse e poi quasi sicuramente continuerò a vestire Vittorio come mi pare. Eh eh.

P.s.: inauguro una lunga serie di post in cui apparirà il marchio Oeuf Be Good, che ho scoperto qualche giorno fa a New York. I tessuti, il gusto, le linee. Amo tutto e se facesse cose anche per me, mi ci vestirei dalla testa ai piedi.






Montgomery: Giesswein
Cappello: misto cachemire (mercatino piazza Verdi, Roma)
Maglione "très cool": Oeuf Be Good
Sciarpa: Oeuf Be Good
Pantaloni blu: Cherokee
Camicia: M. Ferrari - Mini Me 

giovedì 14 novembre 2013

Voglio vivere al Civico4

Hai presente quel posto che non conosci, in cui non sei mai stato prima, che però ti fa sentire bene ancora prima di entrarci? A me non capita quasi mai.

Stamattina alle nove mi sono catapultata a Monti. Ero lì per un appuntamento al 2 periodico, di cui racconterò presto. E quando sono uscita, passeggiando, spontaneamente mi sono inchiodata davanti all'ingresso di Civico4. Maurizio, il proprietario, trafficava con il cellulare poggiato di spalle sul muro del locale, appena ristrutturato. Due battute e in un attimo eravamo dentro e mi raccontava di quel design perfetto studiato e realizzato da Alessandra, il suo architetto.

Quando ho visto gli specchi tutti diversi su quella prima parete, nello stile di cui parlo qui, ho avuto un sussulto e devo aver sfoderato un sorriso enorme. "Dove ci sono gli specchi c'è sempre di mezzo una donna". Maurizio ha ragione, è quasi sempre così.

Le lampade industriali dei primi del Novecento, ma anche gli elementi di luce più contemporanei, come quelli scelti sopra al bancone. La cucina d'acciaio a vista. La credenza riesumata da una vecchia farmacia francese.

Le cementine recuperate ad Assisi (ma che si possono trovare anche da Maffettone, a via di Panico, a Roma), sui toni del non colore e con il disegno geometrico retró mi hanno trasportata in un istante nelle scelte stilistiche che ho incontrato qualche giorno fa nei locali newyorchesi più riusciti.

Tutto molto al suo posto. Ricercato. Pensato ma non ridondante. Una bella luce e un bel mood. La romanità giusta. Sia del proprietario, sia quella che dalla strada si insinua nel locale attraverso le grandi aperture verso l'esterno, sfruttate ad arte come punti d'approdo del cliente che seduto su uno sgabello può osservare cosa accade fuori.

Amo Monti. È chic. È un ombelico di creatività. È un concentrato di originalità e buon gusto. Nei ristoranti, negli empori, nei cafè, nei concept store. Ognuno unico e pieno di fascino.

Se oggi dovessi pensare a una zona di Roma in cui rispecchiarmi e vivere, è lì.





















martedì 8 ottobre 2013

Lo sgabello rosso

Un tempo quando entravi per mano con Lui, Andrea ti diceva "Eccola, la mia coppietta preferita. Ora vi faccio assaggiare l'ultimo arrivo". Trascorrevate le ore, là dentro. Tu e Lui. Da soli. La sera, prima di cena, per un lungo aperitivo. Oppure tardi, quando non c'era più nessuno, dopo il cinema o un'uscita con gli amici. Perché in quegli incontri imparavate a conoscervi. A capirvi. Lo guardavi tanto, occhi in quegli occhi verdi. E ci leggevi tanto, anche. Questioni irrisolte, ferite, ma anche quella luce di chi ha voglia di ricominciare con te.

Certe volte, le primissime, ci incontravamo là davanti a notte fonda, dopo essere stati ognuno per conto suo. Faticavate a rinunciare ai vostri rispettivi mondi, alla vostra libertà. Ma non potevate fare a meno di incontrarvi prima di andare a dormire.

C'erano quei due sgabelli rossi, ci sono ancora. Quando li trovavi occupati da altri rimanevi così male. Ti sembrava impossibile che qualcun altro potesse condividere quel minuscolo spazio con la stessa vostra intimità. E allora te ne andavi, perché qualunque altra collocazione là dentro non era "tua".

Due passi a piedi ed eravate a casa, la vostra casa. Che in quasi tre anni, proprio come quel luogo, ha raccolto tutto di voi.

Poi ci torni, all'Enoteca Ferrara, ci torni ancora. Come ieri sera. Ma è chiaro che qualcosa è cambiato. Un figlio, una nuova casa, un nuovo quartiere verso il quale non puoi più andare a piedi.

Andrea stavolta dice "eccoli, i genitori in libera uscita!". I due sgabelli sono là, vuoti. Ma d'istinto nessuno dei due si siede lì. Vi avvicinate al bancone e bevete un bicchiere al volo, là dove mai in passato vi sareste sistemati. A fare due chiacchiere, a ridere ancora. E a guardare l'ora, per non abusare di quello scorcio di tempo. Per tornare e trovarlo ancora sveglio e sorridente.

Cambi tu, cambiano le prospettive, cambia tutto. E va benissimo così. Però ti suona quasi ridicolo che ieri, a dirtelo, sia stato uno sgabello rosso.

Ps: l'Enoteca Ferrara è uno di quei locali che non invecchiano mai. Perché è il classico esempio di interior design di buon gusto, caldo e accogliente ma pur sempre ricercato. E che non ha voluto essere alla moda a tutti i costi.



















mercoledì 6 febbraio 2013

Un sospiro di sollievo

I miei lettori assidui (ciao mamma, ciao papà), ricorderanno il post in cui parlo del centro vaccinazioni e di quel luogo temibile che è la sua sala d'attesa.

Intanto un piccolo inciso, a fruizione delle neomamme che abitano nel XVI municipio di Roma: le infermiere del centro di via Ozanam sono me-ra-vi-glio-se. Gentili. Brave. Simpatiche. Dolci. Non ti fanno sentire una mamma pirla se vedono l'occhio vitreo e il colorito sulla tua faccia volgere al verde sottobosco quando si avvicina il momento della puntura per tuo figlio.

Un altro piccolo inciso, a fruizione del mio ego sconfinato: Telefono Casa è un duro. Cioè, un mezzo duro. Diciamo che comincia duro e finisce come tutti gli uomini, un pappamolle. Quando lo porto a fare il vaccino fa sempre la stessa cosa: dopo l'attesa entra nella stanza del dottore e dispensa sorrisi, sorrisetti e gridolini di giubilo alle signore che lo stanno per bucherellare. Lo mettono sul lettino e gli tirano giù i pantaloni. Lì ride ancora di più, manco fosse un pornoattore. L'infermiera bionda mi chiede di reggergli entrambe le braccia e quando lo faccio mi guarda come dire "guarda madre che ho capito, mica so' stupido io". Sgrana l'occhione blu come una cernia di profondità e si lascia bucare silenzioso, inarca appena la bocca, si irrigidisce, ma non emette nemmeno l'ombra di un vagito.
E allora vai con i complimenti. Masignoramiamaquantoèbravo/masignoramiacheomettoforte. è un fatto: lui ci sguazza, nei complimenti. Si gongola, proprio. Regala pure un ultimo sorriso alle "sue" donne, che gli mettono il cerottino e gli tirano su i pantaloni.
Torni in sala d'attesa con la faccia di chi vince il Grammy, vuoi l'applauso. Tronfia. Tuo figlio è tutto d'un pezzo, ti dici. Ma è una favola che ogni santa volta dura il tempo di tornare a casa, quando cede al peso della tensione e ti si sbrodola addosso in un mare di lacrime e disperazione e pessimo umore.
Ormai lo so, dopo quattro punture*. Conosco il mio pollo.

Comunque, dicevo. Chi segue i miei post sa che la sala d'attesa del centro vaccinazioni è un luogo che mi genera ansia, più del fatto di vaccinarlo in sé. Perché lo metto a paragone degli altri bimbi e capita di uscirne con le ossa rotte. Quel famoso volante di plastica mi ha ossessionata. "Perché non lo gira, come faceva la bimbagigi figlia della tizia che sembrava tornata dalla caccia alla volpe? Perché lo riempie di mazzate? Figlio mio, perché?"
Ho anche barato, lo ammetto: nei giorni successivi sono andata a caccia di un volante di plastica nei negozi di giocattoli, così al prossimo buco nel sedere lui sarebbe arrivato allenato. Niente, non l'ho trovato.
Così quando siamo entrati nella sala d'attesa l'altro giorno mi sono guardata intorno sperando che non ci fosse più. Che l'avessero distrutto, incendiato, sbatacchiato, reso inerme. Invece era lì che ci aspettava, rosso e verde, spento, ma pronto a umiliarci di nuovo.

Giusto un veloce passaggio radente e Telefono Casa ha allungato il braccio per una nuova leggera mazzata. A distanza di un mese, niente di nuovo.

Caso ha voluto che nella sala ci fosse anche Diego Gabriel, bimbo con splendidi occhi azzurri e camminata parecchio incerta. Undici mesi, il doppio esatto di Telefono Casa. Quando si è avvicinato al volante maledetto mi si è gelato il sangue nelle vene. Ha guardato l'oggetto, l'ha studiato. Si è girato verso la mamma, come se cercasse consenso. E poi... Ha riempito quel volante di mazzate. Ma tante, tante, tantissime mazzate. Con la forza di mio figlio elevata alla seconda.

La madre di Diego Gabriel si sarà chiesta come mai, ancora prima che quell'altro bimbo ciccione facesse l'iniezione, la sua mamma tirava un enorme e liberatorio sospiro di sollievo.


*Vittorio ha fatto quattro punture perché sono stata male informata dal pediatra, quell'odioso. Non mi aveva detto di fare subito e contestualmente l'esavalente e lo pneumococco. Così quest'ultimo ho dovuto posticiparlo di un mese. Due punture distinte. Al richiamo altre due punture, distanziate di 30 giorni come la prima volta. Prima di vaccinare i vostri figli informatevi a dovere, che con queste cose non si scherza.

mercoledì 12 dicembre 2012

Una svolta al black thursday

Quando tata Thelma si dà malata per la terza volta in dieci giorni.

Quando ti dà un preavviso di venti minuti scarsi.

Quando casa tua sembra Marrakech nell'ora di punta.

Quando E.T. decide che in fondo la notte è molto più divertente del giorno e che per dormire ha tutta la vita davanti.

Quando il biscotto Plasmon in polvere dentro la pera lo manda in estasi e decide di sputazzarlo come una mitragliatrice sul tuo golf di cachemire nuovo - sul muro - per terra - sui capelli - sui calzini - in faccia.

Quando ti maledici per il battesimo fai-da-te e l'albero fai-da-te e i regali fai-da-te e decidi che d'ora in poi vuoi solo fatelo-voi.

Quando i tuoi jeans preferiti non ti entrano.

Quando non ti entrano nemmeno i non preferiti.

Quando questo VBT (very black thursday) sembra durare centoquindici ore.

Soprattutto, quando realizzi che sono le 16 e non hai ancora fatto nulla per ingrassare, c'è solo un rimedio. Entrare da Cristalli di Zucchero e spazzolare tutto quello che trovi. Partire col salato e planare sul dolce.

Minicakedisalmoneemango. Stop. Crostinoconuovodiquaglia. Stop. Creminapiselliepeperoniconpancettacroccante. Stop. Crostinocaprinoealbicoccaetimo. Stop. Minicheesecake. Stop. Minidolcettoconearlgrey. Stop. Minicannolino. Stop.

Ok, ora va MOLTO meglio. La cellulite è salva. Morirò?

















giovedì 22 novembre 2012

Pane, Roma e fantasia

Roma sa trasformare una giornata qualsiasi in poesia.

Un muro che cade a pezzi, due tappeti, un gatto. Qualche luce natalizia e una vecchia lanterna. A Roma basta poco per farti sentire parte di qualcosa di romantico e reale.
Una passeggiata fra le rovine del Ghetto, quel forno piccolo piccolo ma che profuma di frolla tutto il Portico d'Ottavia. Due passi verso piazza Campitelli, quella salita stretta e tortuosa nascosta dietro una porticina che in pochi notano. Farla scoprire a due amiche e riscoprirla tu stessa ogni volta.

Un passeggino con un nano che dorme sereno e ti fa respirare, guardare, assaporare. Ricordare per due ore che sei anche ragazza, oltre che mamma.

Quella vetrina con le prime ghirlande natalizie, i segnaposto coi pupazzi di neve, gli gnomi e le bacche rosse e tornare a 20 anni fa, quando facevi già il conto alla rovescia e buttavi giù una prima bozza della lista di regali da chiedere a mamma e papà. E pensare con un brivido che fra qualche anno quella lista arriverà a te. Ti fa venire voglia di vestire il nano da elfo, fargli mille foto e farti odiare quando da grande gliele mostrerai.

Piazza Farnese, un caffè e quattro chiacchiere e la gente e la vita che ti scorre intorno frenetica e colorata e quei sampietrini così belli e così sconnessi, un po' come me.

Una voglia infinita di rimanere ferma qui per sempre, ai miei trent'anni, alle amiche nuove che mi piace come ridono, a una Roma che ancora mi commuove e mi fa stare bene, mi abbraccia e mi rincuora.