martedì 8 ottobre 2013

Lo sgabello rosso

Un tempo quando entravi per mano con Lui, Andrea ti diceva "Eccola, la mia coppietta preferita. Ora vi faccio assaggiare l'ultimo arrivo". Trascorrevate le ore, là dentro. Tu e Lui. Da soli. La sera, prima di cena, per un lungo aperitivo. Oppure tardi, quando non c'era più nessuno, dopo il cinema o un'uscita con gli amici. Perché in quegli incontri imparavate a conoscervi. A capirvi. Lo guardavi tanto, occhi in quegli occhi verdi. E ci leggevi tanto, anche. Questioni irrisolte, ferite, ma anche quella luce di chi ha voglia di ricominciare con te.

Certe volte, le primissime, ci incontravamo là davanti a notte fonda, dopo essere stati ognuno per conto suo. Faticavate a rinunciare ai vostri rispettivi mondi, alla vostra libertà. Ma non potevate fare a meno di incontrarvi prima di andare a dormire.

C'erano quei due sgabelli rossi, ci sono ancora. Quando li trovavi occupati da altri rimanevi così male. Ti sembrava impossibile che qualcun altro potesse condividere quel minuscolo spazio con la stessa vostra intimità. E allora te ne andavi, perché qualunque altra collocazione là dentro non era "tua".

Due passi a piedi ed eravate a casa, la vostra casa. Che in quasi tre anni, proprio come quel luogo, ha raccolto tutto di voi.

Poi ci torni, all'Enoteca Ferrara, ci torni ancora. Come ieri sera. Ma è chiaro che qualcosa è cambiato. Un figlio, una nuova casa, un nuovo quartiere verso il quale non puoi più andare a piedi.

Andrea stavolta dice "eccoli, i genitori in libera uscita!". I due sgabelli sono là, vuoti. Ma d'istinto nessuno dei due si siede lì. Vi avvicinate al bancone e bevete un bicchiere al volo, là dove mai in passato vi sareste sistemati. A fare due chiacchiere, a ridere ancora. E a guardare l'ora, per non abusare di quello scorcio di tempo. Per tornare e trovarlo ancora sveglio e sorridente.

Cambi tu, cambiano le prospettive, cambia tutto. E va benissimo così. Però ti suona quasi ridicolo che ieri, a dirtelo, sia stato uno sgabello rosso.

Ps: l'Enoteca Ferrara è uno di quei locali che non invecchiano mai. Perché è il classico esempio di interior design di buon gusto, caldo e accogliente ma pur sempre ricercato. E che non ha voluto essere alla moda a tutti i costi.



















lunedì 7 ottobre 2013

Quattro stagioni di dolcezza

C'è chi ci riesce. A usare le mani e la testa così. L'ho scoperta per caso e mi sono innamorata delle cose che realizza per i bimbi. Vorrei avere la sua manualità, il tempo di provarci, la fantasia di nascondere un piccolo gabbiano dietro la vela di una barchetta di feltro, a rappresentare l'estate. Un gelato del quale invertire i gusti, un biscotto da intingere nella tazza fumante. Le quattro stagioni.

I giochi per bambini possono essere "solo giochi", oppure avere una storia e del buon gusto. La delicatezza. Quelli di Shaulalala ne hanno.



Il regalo del buongiorno


C'è chi ti fa trovare una rosa rossa sul comodino e un biglietto con le quattro parole magiche in grado di far svegliare bene anche la più irritabile delle donne: "buona giornata amore mio".

E poi c'è quello che ti conosce abbastanza bene da sapere che in questa fase della tua vita con la rosa rossa ti aumenta solo il giramento di zebedei. Perché se anche dovessi trovare un vaso in cui metterla (non prima di aver rovistato nei dodici scatoloni che ancora popolano casa nuova, sparsi qui e là) non avresti poi dove appoggiarla. Perché i mobili non ci sono. E a quel punto che fa, il tuo Lui? Ti regala direttamente il mobile.

Un paio di giorni fa. Vieni svegliata dal citofono alle ore otto, nell'unico giorno storico in cui il mostro aveva deciso di lasciarti dormire mezz'ora in più. Vai ad aprire bofonchiando cose irripetibili, risoluta che se si tratti di pubblicità o di testimoni di Geova scenderai le scale quattro a quattro per fare uno dei tuoi show preferiti, quelli in stile zia Peppina, con occhio sbarrato e ciabatte ai piedi, ché la mattina è sacra e il sonno è sacro e lei come si permette e ma lei se ne vada affa... Vabè. Non fai nemmeno in tempo a pensarle, queste cose, perché quando alzi la cornetta un signore gentile esclama "Buongiorno, Lelli, per il mobile".

I due neuroni del turno della mattina si mettono in moto molto prima di te e in un attimo associ quel nome con il mobile bar bianco che hai visto solo un paio di giorni prima a via Margutta.

Quel posto è il paradiso dei tessuti (e in particolare dei velluti lavorati), e tu ci trascorreresti la tua intera esistenza sperando di avere un numero sufficiente di poltrone da ritappezzare usando almeno un decimo del ben di dio che c'è là dentro. Tu ci trascorri il tempo sufficiente a: innamorarti di un paio di pezze colorate; far comprendere a tutti gli avventori che tuo figlio è un cagacazzi egocentrico che manco due stoffe in pace che quello urla come un'aquila; fregartene completamente che quello è un mobile bar da usare come isola (davanti è aperto e dietro ha la scritta "bar" in legno grezzo) e invece a te serve una roba da appiccicare a un muro in un corridoio. Esci con il biglietto da visita del signor Andrea, con l'ordine per 2.50 mt di velluto meraviglioso (del cui uso parlerò più avanti), con la scimmia urlatrice e con Lui assai scoglionato perché le stoffe gli dicono più o meno quanto il fantacalcio dice a te.

Che dire? Sei una donna fortunata. A parte i canyon che ti lascia sul pavimento nuovo dopo la doccia, a parte i peli della barba irti che ti si infilzano sotto i piedi perché sono un po' ovunque, a parte il dentifricio spremuto dal capo anziché dalla coda, a parte che ti frega lo shampoo per portarselo in palestra e non te lo rimette a posto, a parte il monopolio pressoché assoluto del bagno alla mattina e alla sera, ogni tanto Lui una la azzecca. Adesso che hai dove metterla non ti resta che aspettare la rosa rossa.

Piatti, posate, bicchieri, vasi e vasetti. Un paio di scatoloni così sono fuori gioco. Te ne rimangono solo dieci. Ancora non hai capito bene come arrederai questo angolo. Per adesso ci hai messo i vasi di vetro di Studio Forme. Poi si vedrà.

Ps: a proposito del mobile bar, dopo la bella sorpresa abbiamo scoperto che da Maisons du Monde vendono Newport, quasi identico e che chiaramente costa quasi la metà. Per non darti due chiodate continui a ripetere a te stessa che ha i ripiani meno mossi e che dopo la sedia a dondolo la fortuna là dentro ti ha già baciata.





























domenica 6 ottobre 2013

On a lazy sunday

Oggi ho pochissimo da dichiarare. Avevo un post molto propositivo in canna ma parlava di quanto è bravo Lui. Ma abbiamo litigato quindi non lo pubblico nemmeno sotto tortura.

Domenica a casa, tra lavoretti da ultimare e tempo incerto. Sto analizzando questi miei spazi che ancora di mio hanno quasi nulla e cerco di immaginare cosa diventerà tutto questo. Per ora mi limito a un paio di constatazioni: il chesterfield di velluto che ho salvato dalla rottamazione è un gran bel divano; lo scorcio dalla porta finestra che dà sul terrazzo non è male; la carta plastificata che si attacca dentro i mobili è uno strumento infernale, che non utilizzerò mai più nella vita. Il binomio vernice e flatting è molto più alla mia portata mentale, soprattutto oggi. Amen.





sabato 5 ottobre 2013

Un baule antistress

Non è che racconto bugie, io.

Beh quando ero piccola sì. Dicevo alle suorine dell'asilo che mia madre mi picchiava selvaggiamente. È stata richiamata, una volta. Quando siamo tornate a casa immagino me le abbia date davvero, quel giorno.

Comunque non ne racconto più. Mi sono sempre messa nei casini con le bugie. Perché non ho memoria e l'impalcatura prima o dopo mi cade addosso, è inevitabile. Ormai ho imparato.

Non ho detto una bugia nemmeno quando raccontavo qui che mi sarei messa all'opera rimettendo a posto un vecchio baule lasciatomi quasi in forma di dispetto (qualcosa tipo "voglio proprio vedere che ci fai") dalla vecchia inquilina. Quando dopo mesi mi sono fatta coraggio tirandolo giù dalla soffitta ho scoperto un tesoro. Diciamo che ci ho messo un paio di giorni a capire cosa avessi per le mani, perché l'arpia lo aveva chiuso portandosi via le chiavi. Dopo averlo spolverato e aver spaccato le serrature (posticce rispetto al resto) l'ho aperto trovando un armadio da viaggio, degli anni trenta, forse. Di quelli pieni di cassetti, con dentro le cinghie. E con tutte le stampelline in legno, ancora in perfette condizioni. Un gioiello.

Ho scelto di adattarlo e metterlo in camera di Vittorio, ma avevo sottovalutato un paio di aspetti. Ad esempio il fatto che negli anni ha subito diversi interventi con la carta adesiva, senza contare la miriade di minuscoli chiodini arrugginiti e ormai inutili. Morale: riportarlo "vergine" del tutto non è stato possibile, ma ci sono andata molto vicino.

Sono a un ottimo punto: mancano solo da dipingere e rifoderare i cassetti. Poi ci siamo.

Ho comunque capito, dopo settimane di unghie spaccate e vernice in faccia, che per un recupero del genere non basta essere solo molto motivati. Bisogna essere anche mediamente fuori di testa. Solo così si fa in modo che diventi un antistress, anziché l'ennesimo elemento che lo stress te lo fa venire.





venerdì 4 ottobre 2013

Quelle cose da fare in due

Lo ami proprio, quell'affare lì. Lo ami di quell'amore strano che rasenta la follia. Che ancora non hai capito bene da dove sgorghi e fin dove si possa spingere. Quell'affare è proprio roba tua, geni tuoi, carne tua. Che - come te - la mattina si sveglia e pensa subito a una sola cosa, mangiare. "Mama, bibi". "Dammi il biberon che ci ho fame". Con gli occhi stropicciati e i boccoli scomposti, con quel sorriso del buongiorno, ti si lancia addosso con tutta la forza e tutta la mole. Dritto di testa sulla tua testa, "baaaam", ti dice. Lui, l'imitatore seriale di suoni e rumori. Pieno di lividi e di bernoccoli. E ad ogni bozzo un "baaaaam".

Dicevo. Lo ami. Non ne faresti a meno. Ma mica sempre sempre. Cioè ci sono volte, ci sono cose, che ti va benissimo fare senza di quell'affare lì in mezzo ai piedi. Ad esempio le cose che è piacevole e romantico fare in due - tu e il tuo Lui. Non ci si può vergognare della verità. No, non si sta parlando del sesso (per quanto effetivamente pure quello). La colazione. Parlo della colazione perché mi sta molto a cuore. La colazione per me e per Lui è una specie di rito. O meglio, lo era. La chiamavamo la colazione del campione. Apparecchiati come alla vigilia di Natale, seduti. Fette di pane dorate calde con il burro e la marmellata dell'orto. Yogurt e miele. Spremuta d'arancia e caffè.

Ora che ci penso mangiavamo veramente tanto tanto. Ecco perché avevo il doppio delle chiappe di adesso. Comunque. Era bello svegliarsi e condividere quei minuti tutti nostri prima di dividerci negli impegni di ciascuno. Il mostro ha un po' scombussolato le carte. Ma dopo 13 mesi di tentativi abbiamo riconquistato il baluardo. Trasferirci in un nuovo quartiere (fatto avvenuto solo quattro settimane fa, che a me sembrano quaranta) ha prodotto due effetti: il primo è scendere due piani di scale, suonare il campanello e mollare il nano davanti alla porta senza nemmeno aspettare che la nonna apra e scappare. Il secondo è stato andare alla scoperta dei luoghi che ci facessero sentire di nuovo a "casa". Trastevere ce lo consentì fin da subito perché la sua conformazione e la gente che vive il rione lo permettevano. Un clima sempre caciarone e familiare, un linguaggio sempre sopra le righe.

Monteverde vecchio è diverso. E' un quartiere residenziale con poca, pochissima vita, abitato per lo più da quegli anziani che negli anni 50 sono entrati nelle case fresche di costruzione. MA c'è un ma. Ultimamente qualche capitano coraggioso sta provando a portare una ventata di gioventù e proprio dietro casa nostra ha aperto quello che ad oggi si è meritato il prestigioso titolo: "il nostro bar". Si chiama Café Vert, il Caffè Verde.

L'architetto che ci ha lavorato si chiama Bartolomeo Quintiliani, di studioQ. Non è una marchetta la mia, perché nemmeno lo conosco (ancora). Mi sono fatta dare il suo numero dal titolare del bar perché le mensole di acciaio e legno sono divertenti e mi piacerebbe mettere qualcosa del genere in cucina, dietro alle famose lampadine di cui parlo qui.

Tornando alla colazione, guardo tutto quel ben di dio nella vetrinola ma mi limito ad un caffè marocchino molto buono, a due chiacchiere Lui ed io da soli, e a un saluto volante. Su un marciapiede che per adesso di familiare non ha proprio niente.

La cena è un altro momento che sta riprendendo i suoi spazi originali. Ora che Vittorio si addormenta tra le 20.30 e le 21 riusciamo (quando mi ricordo di fare la spesa) a sederci tranquilli. Nei limiti in cui mangiare con un mega lampadario ancora incartato sul tavolo, senza luci e con un bordello generale in giro ti faccia stare "tranquillo". Però fare tutto questo in due non è male. Non è affatto male.



















giovedì 3 ottobre 2013

Maisons du Monde 1, Tom Cruise 0

Ti dissangui per l'ultimo ritrovato di design. Ti prosciughi per quel mobile della cucina anni '50 che senza come si fa. Ti Levi uno stipendio per una poltroncina da recuperare e rifoderare con il più bello dei velluti. E poi va a finire che la vera chicca della casa è questa. Sessantaeurisessanta, da Maisons du Monde. Sarà pure una copia della copia della copia di qualche sediola anni '70. Ma tu senti comunque tanto furba, oltre che tanto, tanto più povera.

Ah, dimenticavo. La comodità. Anzi no, la stracomodità. Quel moto quasi perpetuo del dondolo. I cavi di plastica morbidi morbidi ma fitti fitti che ti accolgono come fossi dentro un uovo. Tanto da farti addormentare pure davanti a Tom Cruise in Cocktail, ossia nella più bona e irresistibile delle sue fasi. E ho detto tutto.