Per dormire.
Per fumare una sigaretta fino alla fine, senza fretta.
Per leggere.
Per stare con i vostri figli.
Per fare shopping.
Per un lungo bacio al vostro uomo.
Per viaggiare.
Per vedere un film sotto le coperte.
Per camminare su un prato verde.
Per lavorare, se vi tocca.
Per fare le sei di mattina con la vostra migliore amica.
Per pensare e basta.
Per respirare, di nuovo.
Buon weekend a tutte...
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venerdì 25 ottobre 2013
martedì 24 settembre 2013
Quelle che
Quelle che quando le chiami sembra di averle lì con te, nonostante la distanza.
Quelle che ti dicono "ti prego, sfodera tutto il tuo cinismo e tirami fuori da questa situazione".
Quelle che ogni tanto tirano fuori dal cassetto una vecchia foto scattata al liceo, di qualche vacanza in montagna o di qualche faccia stupida al mare, la scannerizzano e te la mandano.
Quelle che un loro abbraccio ti rimette in sesto dopo una giornata difficile.
Quelle che ti deludono e ti feriscono, ma che da quel momento compilano un quaderno bianco, foglio dopo foglio, giorno dopo giorno, con tutti i motivi per cui ti amano. E poi te lo spediscono.
Quelle che ti chiamano "Pata", "baldolo", "Valti", "brucaliffa". E che quando ti chiamano col tuo vero nome nemmeno ti giri più, perché pensi ce l'abbiano con qualcun altro. O che siano molto arrabbiate con te.
Quelle che ti portano fuori a cena, perché vabè che sei mamma, vabè che hai un uomo, vabè che lavori come un mulo. Ma resti prima di tutto la loro amica cazzona, casinista e amante della vita e del cibo e del buon vino e dei bei posti e soprattutto della loro compagnia.
Quelle che se ne fregano se sia Mc Donald's o Romeo (che ci piace tanto) o una trattoria o un prato col sole o un tramonto in barca o una discoteca tamarra, perché tanto il posto lo facciamo noi perché siamo noi.
Quelle che mi fa male tutto però come faccio a non uscire con voi?. E va a finire che ti incolli un tavolo, le sedie, i piatti, i bicchieri, le posate, la tovaglia con tutti i tovaglioli, e attraversi una delle arterie di Roma a piedi di notte (e una si sfracella per terra con tutta la sedia arancione fluorescente, che rimane lì in mezzo allo stradone, e lei ti chiama da sotto a una macchina e nonostante il tonfo è meravigliosamente composta e pettinata) e ti apparecchi la cena in un parco, vestita di bianco come Barbie novella sposa. Di bianco tu e di bianco le tue amiche (perché solo con loro potevi finire al Rome White Dinner) e di bianco anche tutte le altre centinaia di persone che sono lì con te. Che come te si sono incollate tutto l'amba aradam e si sono apparecchiate e hanno sfoderato ciascuna la propria cena (chi lo sformato di nonna e il vinello della damigiana, chi come noi hamburger e champagne). E hanno riso come dei matti quando ogni tanto arrivava qualcuno sopra le righe. Come quello che sembrava un gelataio e in motorino portava una sdraio (perché a lui piace mangiare comodo). E poi hanno cenato tutti vicini vicini, bellissimi, bianchi, con le candele e le lucine e la voglia di condividere qualcosa che alla fine non ha niente di strano, profuma solo di fresco, aggettivo che a Roma è merce rara. Almeno secondo me.
E allora capisci che puoi pure diventare una vecchia grassa panzona, cellulitica, stanca, moscia e grigia, ma per loro resti sempre tu. La loro amica pazzerella. La loro amica del cuore. Come si dice tra bambine.
Quelle che ti dicono "ti prego, sfodera tutto il tuo cinismo e tirami fuori da questa situazione".
Quelle che ogni tanto tirano fuori dal cassetto una vecchia foto scattata al liceo, di qualche vacanza in montagna o di qualche faccia stupida al mare, la scannerizzano e te la mandano.
Quelle che un loro abbraccio ti rimette in sesto dopo una giornata difficile.
Quelle che ti deludono e ti feriscono, ma che da quel momento compilano un quaderno bianco, foglio dopo foglio, giorno dopo giorno, con tutti i motivi per cui ti amano. E poi te lo spediscono.
Quelle che ti chiamano "Pata", "baldolo", "Valti", "brucaliffa". E che quando ti chiamano col tuo vero nome nemmeno ti giri più, perché pensi ce l'abbiano con qualcun altro. O che siano molto arrabbiate con te.
Quelle che ti portano fuori a cena, perché vabè che sei mamma, vabè che hai un uomo, vabè che lavori come un mulo. Ma resti prima di tutto la loro amica cazzona, casinista e amante della vita e del cibo e del buon vino e dei bei posti e soprattutto della loro compagnia.
Quelle che se ne fregano se sia Mc Donald's o Romeo (che ci piace tanto) o una trattoria o un prato col sole o un tramonto in barca o una discoteca tamarra, perché tanto il posto lo facciamo noi perché siamo noi.
Quelle che mi fa male tutto però come faccio a non uscire con voi?. E va a finire che ti incolli un tavolo, le sedie, i piatti, i bicchieri, le posate, la tovaglia con tutti i tovaglioli, e attraversi una delle arterie di Roma a piedi di notte (e una si sfracella per terra con tutta la sedia arancione fluorescente, che rimane lì in mezzo allo stradone, e lei ti chiama da sotto a una macchina e nonostante il tonfo è meravigliosamente composta e pettinata) e ti apparecchi la cena in un parco, vestita di bianco come Barbie novella sposa. Di bianco tu e di bianco le tue amiche (perché solo con loro potevi finire al Rome White Dinner) e di bianco anche tutte le altre centinaia di persone che sono lì con te. Che come te si sono incollate tutto l'amba aradam e si sono apparecchiate e hanno sfoderato ciascuna la propria cena (chi lo sformato di nonna e il vinello della damigiana, chi come noi hamburger e champagne). E hanno riso come dei matti quando ogni tanto arrivava qualcuno sopra le righe. Come quello che sembrava un gelataio e in motorino portava una sdraio (perché a lui piace mangiare comodo). E poi hanno cenato tutti vicini vicini, bellissimi, bianchi, con le candele e le lucine e la voglia di condividere qualcosa che alla fine non ha niente di strano, profuma solo di fresco, aggettivo che a Roma è merce rara. Almeno secondo me.
E allora capisci che puoi pure diventare una vecchia grassa panzona, cellulitica, stanca, moscia e grigia, ma per loro resti sempre tu. La loro amica pazzerella. La loro amica del cuore. Come si dice tra bambine.
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giovedì 30 maggio 2013
Murata Sushi
Ieri era il mercoledì della filippina. Quella giornata strana in cui tutto insieme, così, di botto, vuoi convincere te stessa di poter vivere una serata NoFiglioNoUomoZone esattamente come quando non avevi né l'uno né l'altro. Il trascurabile dettaglio che ometti di raccontarti è che da allora sono trascorsi anni. Non molti anni, dopo tutto. Ma sufficienti a lasciare della ragazza fresca e pimpante che eri solo un misero ricordo sbiadito.
Tu fai comunque la vaga: torni a casa dopo dodici ore fuori tra piscina con il mostro, ristrutturazione di casa (con tanto di elettricista che - incapace di intercettare il tuo pessimismo cosmico e il disorientamento esistenziale della presa elettrica - ti chiede scocciato: "a signo', ma ste tracce 'ndo' le devo mette? 'A luce mica l'accenne 'o spirito santo". Con un che di vagamente blasfemo, tra l'altro). Dicevo: torni dopo piscina, ristrutturazione, lavoro, traffico smodato, e la tua prima mossa tattica per reprimere il tuo lato nonnaincarriola che si addormenterebbe appoggiata allo stipite della porta è farti un caffè. Doppio.
La seconda mossa è smontare l'armadio per trovare l'indumento più giovanile che hai. Quattro metri di ante intasate di vestitipantalonicortilunghigonnepaltotmagliettinemagliettonecoprispalle e la tua esclamazione è quella dei tempi migliori. Un disperato "non ho niente da mettermi". Trovata - dopo un'ora circa e una infinita sfilata davanti allo specchio che manco la Balti - la mise che ti sembra più consona, corri in bagno per nascondere quell'occhio catalettico e soprattutto quella rughina maledetta che sta lì da cinque o sei mesi e si sta lentamente impossessando di pezzi crescenti della tua faccia. Dopo esserti ripromessa nell'ordine mesoterapia flebotonica, laser per la couperose, peeling di profondità, rimodellamento sopracciliare, ti concentri e stendi la matita sugli occhi con il tratto sottile di una schiacciasassi tremolante. E poi giù con sei chili di rossetto viola.
Esci di casa con appena 45 minuti di ritardo, proprio come ai bei vecchi tempi, e decidi di perseguire questo film dell'orrore fino in fondo: a cena con la tua amica, dal giapponese sfigato di Trastevere, ci vai a piedi. Che uno dice vabbè ma tu vivi a Trastevere, ovvio che vai a piedi, mica c'è niente di strano. Ma vaglielo a spiegare che tu ti senti vagamente inappropriata, con quel tuo look da nonnaincarriola neogotica. Con quei sei chilometri di tacco. Col rossetto viola e l'eyeliner del coltivatore diretto impegnato nella semina.
Poi stai per arrivare a destinazione e ti coglie un crampo al polpaccio sul tacco 12. Ed è lì che capisci di essere all'epilogo morale della vecchia te stessa, quella che un tempo si faceva dieci blocks di Manhattan sui trampoli ad andare e dieci a tornare. Ed era fresca come una rosa.
Finalmente arrivi al ristorante sfigato e dici a te stessa che tutto il peggio è passato. Ti portano il menù e tu scegli la novità della carta. Due rolls giganti con dentro tutto lo scibile nipponico.
L'amica ti guarda perplessa. "Di tutta la lista, ma tu per forza una cosa che si chiama Murata sushi?".
In compenso ti diverti e ridete come due ragazzine. Che la vecchia me stessa in confronto era una babbiona.
Post scriptum: la Falanghina non perdona. Amabile collaboratrice lì per lì, nel mandare giù il Murata Sushi, la mattina seguente ti si rivolta contro e ti fa sentire come appena tornata da un rave party.
Tu fai comunque la vaga: torni a casa dopo dodici ore fuori tra piscina con il mostro, ristrutturazione di casa (con tanto di elettricista che - incapace di intercettare il tuo pessimismo cosmico e il disorientamento esistenziale della presa elettrica - ti chiede scocciato: "a signo', ma ste tracce 'ndo' le devo mette? 'A luce mica l'accenne 'o spirito santo". Con un che di vagamente blasfemo, tra l'altro). Dicevo: torni dopo piscina, ristrutturazione, lavoro, traffico smodato, e la tua prima mossa tattica per reprimere il tuo lato nonnaincarriola che si addormenterebbe appoggiata allo stipite della porta è farti un caffè. Doppio.
La seconda mossa è smontare l'armadio per trovare l'indumento più giovanile che hai. Quattro metri di ante intasate di vestitipantalonicortilunghigonnepaltotmagliettinemagliettonecoprispalle e la tua esclamazione è quella dei tempi migliori. Un disperato "non ho niente da mettermi". Trovata - dopo un'ora circa e una infinita sfilata davanti allo specchio che manco la Balti - la mise che ti sembra più consona, corri in bagno per nascondere quell'occhio catalettico e soprattutto quella rughina maledetta che sta lì da cinque o sei mesi e si sta lentamente impossessando di pezzi crescenti della tua faccia. Dopo esserti ripromessa nell'ordine mesoterapia flebotonica, laser per la couperose, peeling di profondità, rimodellamento sopracciliare, ti concentri e stendi la matita sugli occhi con il tratto sottile di una schiacciasassi tremolante. E poi giù con sei chili di rossetto viola.
Esci di casa con appena 45 minuti di ritardo, proprio come ai bei vecchi tempi, e decidi di perseguire questo film dell'orrore fino in fondo: a cena con la tua amica, dal giapponese sfigato di Trastevere, ci vai a piedi. Che uno dice vabbè ma tu vivi a Trastevere, ovvio che vai a piedi, mica c'è niente di strano. Ma vaglielo a spiegare che tu ti senti vagamente inappropriata, con quel tuo look da nonnaincarriola neogotica. Con quei sei chilometri di tacco. Col rossetto viola e l'eyeliner del coltivatore diretto impegnato nella semina.
Poi stai per arrivare a destinazione e ti coglie un crampo al polpaccio sul tacco 12. Ed è lì che capisci di essere all'epilogo morale della vecchia te stessa, quella che un tempo si faceva dieci blocks di Manhattan sui trampoli ad andare e dieci a tornare. Ed era fresca come una rosa.
Finalmente arrivi al ristorante sfigato e dici a te stessa che tutto il peggio è passato. Ti portano il menù e tu scegli la novità della carta. Due rolls giganti con dentro tutto lo scibile nipponico.
L'amica ti guarda perplessa. "Di tutta la lista, ma tu per forza una cosa che si chiama Murata sushi?".
In compenso ti diverti e ridete come due ragazzine. Che la vecchia me stessa in confronto era una babbiona.
Post scriptum: la Falanghina non perdona. Amabile collaboratrice lì per lì, nel mandare giù il Murata Sushi, la mattina seguente ti si rivolta contro e ti fa sentire come appena tornata da un rave party.
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