Stavo ripensando a un paio di mattine fa, quando ho portato ET a fare il vaccino. Più precisamente, il richiamo dello Pneumococco.
Il centro vaccinazioni è un luogo antropologicamente interessante. Mentre aspetti che tuo figlio venga bucato come uno scolapasta, puoi osservarlo in contemporanea con altre decine di extraterrestri e fare la cosa più sbagliata del mondo, ma anche la più inevitabile: paragonarli.
Quando arriviamo, in sala d'attesa c'è una mamma molto giovane. Bellissimi capelli lunghi e scuri. Scarpe da ginnastica - un po' in sovrappeso - sorriso dolcissimo - marsupio Babybjorn - non è accompagnata da nessuno. Cinque elementi che me la rendono subito simpatica.
La sua bimba è al primo vaccino, ha poco meno di tre mesi. Si chiama Alice ed è vestita di rosa dalla testa ai piedi, cosa che in generale non amo granché. Ma sembra una bambolina di pezza, sonnecchia beata sul seno della madre. Penso: "allora gli angeli esistono". E' in quel momento che mio figlio decide di riportarmi coi piedi per terra, della serie tumadreseiunfilopiùsfigataiosonovittoriononaliceleièl'angeloioloscarrafone, e di attaccare con una delle sue parti migliori. Un pianto lagnoso, monotono, acuto. Ma mica ha fame, mica ha sonno. Così. Giusto per rompere un po' i maroni a tutti. Si calma solo per un paio di minuti, il tempo di prendere a mazzate un giochino della sala d'attesa: un cruscotto finto. Girare il volante non gli interessa, non ha senso. Meglio distruggerlo di mazzate.
Ovviamente sveglia la povera bimba, che da angelo vero qual è, dà un'occhiata bonaria al rompitore amatoriale di maroni, si interroga silenziosa, si gira dall'altra parte e continua a dormire. Santa creatura. Lì scatta il primo flebile istinto di madre snaturata, quello del paragone. Ma per evitare di perdere in partenza, mi racconto subito una bugia bianca: i due esseri in realtà non sono affiancabili. Lei è uno scricciolo ed è due mesi più piccola del mio scarrafone.
Mentre allontano dalla mia mente qualsiasi brutto pensiero sul come zittirlo, si affaccia nella stanza un'altra mamma. Sporge la testa, guarda un velocemente in giro, scannerizza la mamma dolce: parte dalle scarpe e arriva fino al mento. Ritira la testa come una tartaruga e un istante dopo fa ingresso spingendo la sua piccola astronave milionaria. Un ovetto ammobiliato. Sonagli, rivestimento di spugna con rifiniture di cotone. Portabicchiere. Borsa in tinta. Tasca con peluche.
E' lei. La mamma Napisan. Coda alta tiratissima. Leggings neri. Stivale in cuoio di Hermés con tacco basso. Piumino Moncler attillato. Borsetta-marsupio di Vuitton. Orecchini di perla. Sembra appena tornata da una battuta di caccia alla volpe. Dietro di lei emerge una ragazza filippina che tiene in braccio la fotocopia in piccolo della madre. Si chiama Diletta. Cinque mesi. Cicciona. Sembra perfino un maschio. Una sfidante perfetta.
Il caso vuole che la simpatica creatura afferri il gioco che Vittorio ha appena finito di tartassare. Faccio la vaga ma in realtà la sto aspettando al varco, pregando silenziosamente che non faccia ciò che temo. E invece lo fa. GIRA IL VOLANTE. Con una calma che non ho nemmeno io a trent'anni quando uso quello vero. Gira lo stramaledetto volante. E la madre le sussurra un sostenutissimo "brava, amore".
Mi vorrei sotterrare, ma non ho il tempo perché mi chiamano per bucare il sedere di quell'incapace di mio figlio che invece di girare i volanti li spacca come un cavernicolo.
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giovedì 10 gennaio 2013
lunedì 7 gennaio 2013
Corri, mamma, che fai tardi.
Poi arriva il giorno in cui devi tornare al lavoro. Sei mesi che non ti spieghi come abbiano fatto a volare via così. Veloci, spossanti, densi. Una scala di quelle ripide ripide, strette, coi gradoni alti che fai fatica a salirli, ma che quando arrivi in cima hai il fiatone ma sei soddisfatto. Perché la cima è svegliarti il 7 gennaio che tuo figlio ha quasi cinque mesi. E' cicciottello e felice, quando gli fai il solletico non sorride più, ora ride. Tanto. Di gusto. Ti prende le dita con quelle sue mani lunghe ma ancora paffute e le allontana da sé come un adulto, ed è come se ti dicesse "eddai mamma non farmi ridere così".
Tu lo vesti, lo porti a fare il richiamo del vaccino (perché le cose ti capitano sempre così, tutte insieme). La prima volta pioveva forte, oggi invece il sole. Un sole tiepido e accogliente. Che ti fa venire voglia di portare quel fagotto un po' in giro, all'aria, magari al parco. Ma non puoi. Hai avuto cinque mesi per farlo. E invece oggi che ti va, non puoi. Perché torni a lavorare. E non sai da dove cominciare.
Ci hai messo tanto ad abituarti all'idea di lasciarlo "solo", dopo quasi 160 giorni di un tu-e-lui fitto fitto, senza intromissioni, senza sbolognarlo a nessuno, senza aiuti, solo tu-e-lui. Ci hai messo tanto a dire a te stessa "vabè, ma è giusto così. io mi riprendo la mia vita e lui cresce lo stesso, anzi un distacco in questa fase è cosa buona e giusta per entrambi".
Ma una notte ti è venuto un attacco d'ansia, il primo della tua vita. Con il sudore freddo, il cuore in gola, il respiro corto. E non ti davi pace, perché non è da te. Perché tu sei una tosta, una che queste scene non le fa, perché sei una evoluta, perché vuoi che lui cresca forte e indipendente, non vuoi il cocco di mamma che ti si nasconde sotto la gonnella, il bamboccione non lo vuoi, e certe cattive abitudini - tu lo sai bene - si prendono da subito. E quindi si lavora fino all'ultimo, con un pancione enorme, e si torna al lavoro il prima possibile. Perché è giusto così.
Eppure la pancia quella notte se n'è andata per conto suo, il cervello non contava più niente. E allora solo sudore freddo, fiato corto e cuore in esplosione. E il timore che il 7 gennaio mattina sarebbe andata nello stesso modo.
E invece no. Dopo il vaccino, e lui che ti si addormenta addosso stremato ma senza aver versato una lacrima perché è un duro, lui, lo riporti a casa. Si sveglia, lo allatti. Ti godi quel contatto intimo, l'ultimo da "mamma esclusiva", gli dai baci sulla fronte.
Lui è insolitamente eccitato. Sgambetta, vocalizza, fa rumori nuovi con la bocca. Come dire: "Mamma, guarda che io sono cresciuto. tu non ti accorgi di quanto io sia cresciuto".
Tu sei insolitamente rilassata. Ti prepari, tacco 12, un jeans che ti entra a mala pena. Un boccone leggero al volo perché oggi si cambia tutto, compresa la dieta. Qualche indicazione alla nuova tata, quella che da pochi, pochissimi giorni maneggia tuo figlio con calma e sicurezza. Sarà per questo che le indicazioni sono distese e veloci: "Marianna, sai tutto. Se vedi che ha ancora fame dagli altro latte, sai come fare. Dopo il pisolino misuragli la febbre, col vaccino potrebbe salirgli qualche linea. Per qualunque cosa chiamami".
Il suo sorriso rassicurante aumenta la tua convinzione che non avrai di che preoccuparti.
Un ultimo saluto a Vittorio. "Fritz, amore mio, vado via. Ma torno quasi subito, nemmeno te ne accorgerai. Un riposino, una pappa, un po' di giochi e sono di nuovo tra i piedi".
Vittorio sfodera un enorme, sdentato sorriso. "Ciao mamma, corri che fai tardi".
La giornata di lavoro sta per finire, tu non vedi l'ora di riabbracciarlo e quella nottata di cuore in gola ti sembra lontana una vita.
Tu lo vesti, lo porti a fare il richiamo del vaccino (perché le cose ti capitano sempre così, tutte insieme). La prima volta pioveva forte, oggi invece il sole. Un sole tiepido e accogliente. Che ti fa venire voglia di portare quel fagotto un po' in giro, all'aria, magari al parco. Ma non puoi. Hai avuto cinque mesi per farlo. E invece oggi che ti va, non puoi. Perché torni a lavorare. E non sai da dove cominciare.
Ci hai messo tanto ad abituarti all'idea di lasciarlo "solo", dopo quasi 160 giorni di un tu-e-lui fitto fitto, senza intromissioni, senza sbolognarlo a nessuno, senza aiuti, solo tu-e-lui. Ci hai messo tanto a dire a te stessa "vabè, ma è giusto così. io mi riprendo la mia vita e lui cresce lo stesso, anzi un distacco in questa fase è cosa buona e giusta per entrambi".
Ma una notte ti è venuto un attacco d'ansia, il primo della tua vita. Con il sudore freddo, il cuore in gola, il respiro corto. E non ti davi pace, perché non è da te. Perché tu sei una tosta, una che queste scene non le fa, perché sei una evoluta, perché vuoi che lui cresca forte e indipendente, non vuoi il cocco di mamma che ti si nasconde sotto la gonnella, il bamboccione non lo vuoi, e certe cattive abitudini - tu lo sai bene - si prendono da subito. E quindi si lavora fino all'ultimo, con un pancione enorme, e si torna al lavoro il prima possibile. Perché è giusto così.
Eppure la pancia quella notte se n'è andata per conto suo, il cervello non contava più niente. E allora solo sudore freddo, fiato corto e cuore in esplosione. E il timore che il 7 gennaio mattina sarebbe andata nello stesso modo.
E invece no. Dopo il vaccino, e lui che ti si addormenta addosso stremato ma senza aver versato una lacrima perché è un duro, lui, lo riporti a casa. Si sveglia, lo allatti. Ti godi quel contatto intimo, l'ultimo da "mamma esclusiva", gli dai baci sulla fronte.
Lui è insolitamente eccitato. Sgambetta, vocalizza, fa rumori nuovi con la bocca. Come dire: "Mamma, guarda che io sono cresciuto. tu non ti accorgi di quanto io sia cresciuto".
Tu sei insolitamente rilassata. Ti prepari, tacco 12, un jeans che ti entra a mala pena. Un boccone leggero al volo perché oggi si cambia tutto, compresa la dieta. Qualche indicazione alla nuova tata, quella che da pochi, pochissimi giorni maneggia tuo figlio con calma e sicurezza. Sarà per questo che le indicazioni sono distese e veloci: "Marianna, sai tutto. Se vedi che ha ancora fame dagli altro latte, sai come fare. Dopo il pisolino misuragli la febbre, col vaccino potrebbe salirgli qualche linea. Per qualunque cosa chiamami".
Il suo sorriso rassicurante aumenta la tua convinzione che non avrai di che preoccuparti.
Un ultimo saluto a Vittorio. "Fritz, amore mio, vado via. Ma torno quasi subito, nemmeno te ne accorgerai. Un riposino, una pappa, un po' di giochi e sono di nuovo tra i piedi".
Vittorio sfodera un enorme, sdentato sorriso. "Ciao mamma, corri che fai tardi".
La giornata di lavoro sta per finire, tu non vedi l'ora di riabbracciarlo e quella nottata di cuore in gola ti sembra lontana una vita.
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