Non capivo perché col diluvio universale, con la stanchezza di una giornata d'inferno, con Vittorio da sciacquettare e una cena un po' triste ma incredibilmente pronta in frigo, Lui insistesse tanto perché andassimo a cena nel mio ristorante preferito. A tutti i costi.
Una volta seduti davanti a quel sushi bar gonfio dei miei amati piattini colorati, e io lì a seguire tutto quel ben di dio con lo sguardo come una che non mangia da due vite, mi dice: "e il vino non lo vuoi?". Lui che non lo beve da quasi un anno, in totale adempimento di un fioretto durissimo fatto per scongiurare gli effetti della toxoplasmosi su Vittorio: niente fumo e alcol per 12 mesi.
Una volta avuto il mio bel calice di bianco, e lui con la sua misera acqua liscia, compiamo il solito rito. Intingo un dito nel mio bicchiere e ci bagno il suo, cosicché possiamo brindare.
"Non ti sembra un po' esagerato tutto questo per l'onomastico di nostro figlio? Io il mio non so nemmeno quand'è."
"Non è un buon motivo per brindare?"
"Mah... Per carità eh... Però..."
"Hai ragione. Te ne do uno migliore?"
"Ecco, sì, grazie..."
"Mi hanno firmato i documenti del divorzio. Dopo l'estate ci sarà l'udienza... E poi..."
Ci siamo guardati ridendo, con la stessa cosa in testa: "...Abbiamo esaurito le scuse per non sposarci".
Abbiamo brindato a noi. E poi mi sono ingozzata di sushi, come sempre. E sono tornata a casa satolla, felice e vagamente nauseata dal wasabi.
P.s.: dovevamo convolare a nozze fra un mese esatto da oggi. Il 22 giugno. Ma il "destino" ha voluto che l'iter per chiudere i conti col passato fosse più lungo e in salita del previsto. Guardo il bicchiere mezzo pieno: Vittorio fra un anno sarà perfettamente in grado di portarci le fedi. O di scappare via con esse, ipotesi niente affatto da escludere.





