E' un po' che seguo i candidati sindaci della mia città nelle loro corse elettorali. Strette di mano, sorrisi ammicanti, "farò", "risolverò", "vedrete". E stamattina pensavo che anche noi donne, per un certo periodo della vita, viviamo in una costante campagna elettorale. Unico grande competitor, quello che non vorremmo mai sfidare: noi stesse. Noi. Le più grandi critiche delle nostre azioni e dei nostri comportamenti, delle scelte e degli errori, perfino dei più insignificanti. Che il mondo esterno non sia un reale contendente lo sappiamo bene: nessuno è così preso dagli altri quanto lo è da se stesso. Morale della favola, il nostro modo di essere e di apparire conta soprattutto per noi e per una strettissima cerchia di persone che ci circondano.
La nostra campagna elettorale è fatta di pochi strumenti essenziali, fra cui uno spot elementare composto dal modo in cui ci vestiamo e dall'attenzione che dedichiamo alla cura del corpo. Conviviamo con regole precise e invalicabili, che corrispondono al "farò" dei politici: niente smalto sbeccato. Niente calzerotti di licra al polpaccio. Niente ricrescita alta due dita sui capelli. Niente unghie smangiucchiate. Un rapporto costante e intenso con l'estetista per la lotta al pelo superfluo. Massima intransigenza su lingerie e accessori. Rigore assoluto su alimentazione e training.
Poi ci sono i diktat comportamentali, che contano più di tutto il resto. Dobbiamo essere simpatiche, ma non troppo. Romantiche, ma non troppo. Impulsive, ma non troppo. Femministe, ma senza esagerare. Egocentriche, ma con equilibrio. Sportive, goderecce, sensuali, aggressive, ammiccanti, leggere, però al punto giusto.
È un manifesto utopico, il nostro. Che crolla solo ogni tanto, sotto il peso della vita che va al ritmo di un rullo compressore. O di un figlio che sposta altrove le priorità della nostra privatissima campagna elettorale. Quando questo accade dimentichiamo tutto. Regole, obiettivi, ispirazioni. E usciamo di casa con lo smalto sbeccato, i calzerotti di licra, il primo vestito che capita. Troppo poco simpatiche/ammiccanti/leggere per meritare anche solo il più incerto dei voti. I nostri, di voti. Perché agli uomini - agli altri, in generale - quasi sempre andiamo benissimo anche così.












